Aiutare: il delicato equilibrio dei professionisti dell’aiuto.

Nel corso di un ritiro spirituale, Thic Nath Hanh – monaco vietnamita – in uno dei suoi discorsi rivolti ai terapeuti, medici e operatori dell’aiuto chiese di porsi interiormente questa domanda: “per quanto tempo ancora vuoi aiutare gli altri?”. Se la risposta fosse stata “per lungo tempo o per tutta la vita”, allora ognuno avrebbe dovuto prendersi molta cura di sé.

Sostegno alle mamme

Si tratta di uno spunto importante dal quale ho scelto di partire per approfondire un fenomeno complesso che riguarda la sovrapposizione tra la vita professionale e quella privata per chi opera nei contesti dell’aiuto. Insomma, consulenti babywearing ma anche ostetriche, infermieri, medici, psicologi e tutti coloro che svolgono un’attività al servizio dell’Altro, dovrebbero sapere che se intendono aiutare gli altri per un tempo breve, possono farlo correndo il rischio di un rapido esaurimento delle energie, ma se l’intenzione è di aiutare gli altri per un lungo periodo, allora la scelta diventa di grande responsabilità. E tale scelta implica un’attenzione specifica al proprio benessere.

Ogni categoria professionale ha le sue peculiari funzioni e i suoi oneri, tuttavia, vi sono alcuni elementi comuni che rendono le professioni d’aiuto particolarmente esposte. Con l’espressione “professioni della relazione d’aiuto” si fa riferimento alle attività lavorative votate al sostegno degli altri e che, per questa stessa ragione, corrono sempre il rischio di essere gravate da stress connesso a frustrazione, disillusione, tensione e ansietà.
In particolare, il lavoro d’aiuto risente della presenza di una ideologia serpeggiante, di un imperativo morale implicito – per alcuni interiorizzato – che ammonisce sul fatto che trattasi non proprio o non fino in fondo di una professione, ma di una missione, una vocazione, un atto di solidarietà per il bene individuale e collettivo. Sta di fatto che operare nei contesti dell’aiuto sembra essere significativamente connesso con la difficoltà a ritagliarsi momenti di relax extra lavorativo, annullando così qualsiasi differenza tra vita privata e professionale. Nei casi di lavoro autonomo la questione si complica. E’ questo il caso delle consulenti babywearing, o della maggioranza di loro, che possono vedere la propria vita invasa a più livelli da una molteplicità di richieste. Se questo agli esordi di carriera appare particolarmente stimolante, tuonano le parole del monaco Thic Nath Hanh che rinnovano l’importanza di ragionare a lungo termine per preservare le nostre risorse personali.

Dotandoci dello smartphone otteniamo il grandioso risultato di essere costantemente connessi e, tuttavia, finiamo per essere noi stessi nodo della rete, perennemente “sul pezzo”, rintracciabili, inesorabilmente reperibili.
Il risultato finale è che spesso vengono annullati gli spazi personali e intimi, correndo il rischio di esaurirsi dal punto di vista psicologico ed emotivo.

Questo discorso è particolarmente vero per le consulenti babywearing che rivolgono la loro professionalità ad un’utenza peculiare: quella delle mamme, soprattutto le mamme di neonati. Le mamme, si sa, sono coinvolte nell’accudimento dei loro piccoli con devozione, a volte con difficoltà, pur sempre reattive e operative 24 ore al giorno, 7 giorni su 7. Quello del genitore è davvero l’unico “mestiere” che non conosce limiti di orario e per il quale non si può fare riferimento ad alcun manuale e ciò produce l’effetto di essere spiazzati da un dubbio, imbrigliati in una impasse a qualunque ora del giorno e della notte, senza eccezioni per il weekend. La consulente che riesce a svolgere un buon lavoro al servizio della diade diventa riferimento per il sistema familiare e, se le regole della relazione non sono state adeguatamente chiarite, l’operatrice è esposta al rischio di vedere invasi i suoi legittimi spazi liberi e da ciò può derivare insoddisfazione e tensione, fino alla perdita dell’entusiasmo iniziale.

Come intervenire?

Regole condivise

Per quanto si è altamente motivati ad aiutare gli altri, anzi, proprio perché lo si è, occorre mettere a fuoco un insieme di regole professionali da condividere al più presto con l’utenza a garanzia del reciproco impegno per ottimizzare il processo di consulenza.
Queste regole, tuttavia, non possono essere estrapolate da una ricetta uguale per tutti ma, piuttosto, ciascun professionista è chiamato a omettere, aggiungere e dosare gli ingredienti sulla base delle personali esigenze e inclinazioni.
Per quanto impopolare possa sembrare, un insieme di regole è quello che ci vuole per razionalizzare le energie, motivare alla collaborazione e esorcizzare i rischi connessi ad aspettative irrealistiche.
Le regole vanno argomentate, chiarite e perfino discusse con il nostro interlocutore, che può essere portatore di specifici bisogni per i quali si decide di trasgredire una o più regole.

Il mio invito, infatti, è quello di valutare ogni singolo caso e di tenere a mente il detto che “l’eccezione conferma la regola”: infrangere la regola oppure modificare alcune condizioni è sempre possibile e sta alla flessibilità di ciascuno! Ovviamente la presentazione delle regole professionali va portata avanti nel rispetto dell’altro, con competenza comunicativa, empatia e assertività.
A tal proposito, l’atteggiamento assertivo rinnova l’importanza di difendere i propri diritti e le proprie idee rispettando, contemporaneamente, quelle degli altri.

La comunità dei colleghi

Il confronto regolare con la comunità dei colleghi offre all’operatore e all’operatrice uno spazio di appartenenza e condivisione, di sostegno emotivo e di controllo: rappresenta un vero e proprio contenitore delle dimensioni affettivo-relazionali che sono coinvolte nella professione di aiuto. La condivisione è un tema particolarmente centrale soprattutto per chi, come le consulenti babywearing, si trova a operare “da solo”. Sole con le mamme, sole con i vissuti che la relazione d’aiuto elicita.

 


Proprio per quanto riguarda le consulenti babywearing Italia, esistono dei gruppi social che da anni accolgono le operatrici e attivano con successo i dibattiti attorno alla professione di consulente grazie ai quali diventa possibile raccogliere esperienze, mettere in comune idee, delineare strategie e elargire consigli.

Cosulenti Babywearing Italia®

La supervisione

La supervisione è comunemente definita come l’attività o l’opera di chi sovrintende alla realizzazione di un lavoro. In tal senso, potremmo affermare la prima forma di supervisione è con se stessi: una buona prassi che suggerisco è quella di annotare pensieri, emozioni e complessità rilevate nella consulenza.
Scrivere è già un processo di elaborazione e ,inoltre, raccogliere quanto di significativo accade può mostrarci particolari ricorrenze o diventare futuro materiale di condivisione con colleghe e colleghi.

La seconda tipologia di supervisione è proprio la condivisione con un/a collega. La supervisione orizzontale rappresenta uno spazio di ascolto e confronto che aiuta a fare chiarezza e a mettere a fuoco le eventuali difficoltà, sia di natura pratica che emozionale.

formazione babywearing

Consulenti Babywearing Italia®

Esiste la possibilità, infine, di ricorrere alla supervisione con un professionista esperto, per elaborare criticità e fattori di rischio, scongiurando l’insorgenza di vissuti di frustrazione e perdita di entusiasmo o affrontandoli adeguatamente qualora si siano già manifestati.

Vi invitiamo ad approfondire seguendo uno dei nostri corsi online sulla Comunicazione empatica.
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Pillole nel quotidiano:

  • ritagliarsi dei momenti privati, dove il lavoro non possa entrare
  • non parlare del lavoro durante i pasti
  • limitare la richiesta di suggerimenti a amici o familiari relegandola esclusivamente a particolari condizioni, evitando che questo tipo di confronto diventi una routine in grado di contaminare l’intimit
  • disattivare o silenziare lo smatphone nei momenti preziosi, proteggendoli da incursioni che, proprio in quelle circostanze, sarebbero vissute come sgradite
  • è utile sapere che una ricerca condotta dall’Università del Kent e pubblicata quest’anno dal Journal of Applied Social Psychology rivela che eliminare le app più coinvolgenti dallo smartphone può portare a un calo del tempo di utilizzo fino al 90%! Questa consapevolezza può orientare perfino verso la drastica decisione di rimuovere le applicazioni più moleste
  • dare spazio a svago e rilassamento nonostante la tendenza ad occuparsi degli altri e dei loro problemi, anche e soprattutto se ciò determina senso di colpa
  • in caso di senso di colpa quando ci si accinge a occuparsi di sé, la mia indicazione è di perseverare, affrontando il vissuto di colpa senza permettergli di diventare un blocco in grado di paralizzare l’iniziativa personale.

In conclusione, è essenziale considerare che non è possibile donare agli altri ciò che manca a noi stessi, pertanto è importante prendersi cura di sé e dei propri bisogni, predisponendo momenti di svago e recupero per tornare poi a mettersi in gioco nella relazione con gli altri in modo compassionevole, motivato ed efficace!

Dott. Serena Capparella, psicologa
Website: www.psicologiastrategicaroma.it

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